INTERNATIONAL

RWANDA
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Tanni Grey Thompson in Rwanda

«Vedi, Dominique, 15 anni fa io combattevo dalla parte del governo, tu con i ribelli. Ci saremmo sparati, se ci fossimo incontrati. Forse è successo, non lo sappiamo. Ma oggi siamo qui, insieme, tu, io, Tanni che è venuta a darci forza, i trecento che in questa palestra festeggiano ciò che siamo riusciti a costruire. Lavorando sullo sport, perché è lo sport che ci ha unito. Ma avendo come scopo le persone, non una medaglia. E' questa la nostra vittoria...».

Parla di getto, John Rukundu, non s'è preparato il discorso. In piedi, nonostante l'handicap. Perché lui è un atleta, uno dei 279, per un terzo donne, che giocano (e vivono) grazie al progetto Development of sports and rights for people with disabilities in Rwanda.

Finanziato dalla Fondazione internazionale Laureus, il progetto è gestito in loco dal Comitato paralimpico rwandese, presidente il Dominique Bizimana cui si rivolge Rukundu. Trentasettenne anche direttore di una scuola primaria nel quartiere Kicukiro della capitale Kigali, Dominique s'è cancellato 4 anni da tutti gli atti ufficiali, e molti rwandesi hanno fatto come lui.

No, non per vezzo, non sono signorine terrorizzate dall'invecchiare: quei 4 anni sono quelli che la guerra endemica, culminata negli 800 mila morti del genocidio del 1994, ha cancellato dalle loro vite.

La forza di Tanni - Quanto alla Tanni che «è venuta a darci forza», è Tanni Grey Thompson, 11 ori alle paralimpiadi fra il 1988 al 2004, ora vicepresidente di Laureus international. E' al suo primo viaggio in Rwanda, ha visitato sconcertata il Memoriale dell'Olocausto perché una cosa è leggere di un genocidio e altra storia vedere le ossa e le fotografie di quei volti, ha giocato a goalball con gli atleti disabili, ha parlato con un sacco di persone che le si facevano intorno, questo pomeriggio di festa in palestra, dopo il match di sitball e prima dell'irrompere di danzatori e danzatrici della tradizionale Inore. Gesti, quelli di Tanni. Attenzioni. Presenza. Il segno di una continuità. Perché i finanziamenti, certo, sono necessari.

Fondi cercasi - Senza quattrini non costruisci palestre e impianti; non organizzi, come si è fatto, 18 associazioni di 13 diversi sport a cominciare dal sitball e dal sitting volleyball, due varianti di pallavolo in cui possono giocare tutti e insieme, disabili e no; non lanci questi due sport in 57 scuole di Kigali e delle province del nord e dell'est, cifra destinata a crescere sensibilmente già nei prossimi mesi; non metti in piedi attività come la rilegatoria Kigart, che mette in condizione dieci atleti disabili di sopravvivere con il loro lavoro. Ma i soldi non bastano. In un paese come il Rwanda, che il genocidio si porta dentro come un incubo presente e un rischio costante, dove così tante volte e così all'improvviso la fragile tela di un ordine condiviso dalle diverse etnie s'è spezzato scoperchiando l'abisso, un volto e un gesto contano più dei soldi. Danno il senso di una continuità d'intervento. Contro i fantasmi di un passato orribile, sono la garanzia di un futuro possibile

Roberto Di Caro
Giornalista L'Espresso

r.dicaro@epressoedit.it