UN ALLENAMENTO FATICOSO AL BECCARIA

Ricorderò lunedì 22 febbraio come uno dei giorni più impegnativi della mia vita.
Ore 15.30. Partenza per allenamento al Beccaria.
L’allenatore del team Rosa associati non può raggiungerci.
L ‘ ”Angelo custode”, nazionale, ora presidente del Gruppo sportivo Montestella, Franco Ambrosioni, è disponibile a sostituirlo.

L’entrata gli viene negata. Il carcere non fornisce l’autorizzazione. Manca una firma sui documenti richiesti, per consentire l’entrata di un esterno nel detentivo - carichi pendenti e casellario giudiziario - .
Devo entrare da sola. Per la prima volta.
Le alternative sono due: o faccio saltare l’allenamento ai ragazzi o raccolgo le mie energie e cerco di capire come muovermi.

Scelgo di non interrompere gli allenamenti. Rifletto. Stanza di circa 30 metri quadri. Quattro ragazzi del detentivo. Nessun agente a vista. Non me la sento di condurre la preparazione al chiuso sui tapis roulant.

Devo trovare un’alternativa. L’unica possibilità è correre sul campo da calcetto. Scelgo di sottopormi ai commenti dei detenuti che ci avrebbero osservato dalle celle.
Ore 15.45. Vestita da ufficio, con tailleur e tacchi, entro in carcere con la sacca per cambiarmi.

Espletate le formalità per essere ammessa, entro nel detentivo. Faccio chiamare i 4 ragazzi che correranno nella staffetta Laureus. Chiedo una stanza per cambiarmi. Mi rendo conto che tutto quello che fuori è “normale” in carcere è “complicato”. Mi chiedono se ho l’autorizzazione per cambiarmi in carcere. La maggior parte delle stanze hanno l’apertura sulla porta per controllare l’interno della camera. Individuano una stanza con porta blindata senza aperture. Mi forniscono una chiave.

Mi chiudo dentro.

Velocemente cambio abbigliamento. Non mi sento a mio agio. Fuori mi aspetta un ambiente di soli uomini. Tiro un sospiro profondo. Sono pronta agli “attacchi verbali” e agli “sguardi indiscreti”. Richiudo a chiave la porta. Esco.
Da lontano vedo i ragazzi affiancati dagli agenti che mi osservano. Mi irrigidisco. Mi sembra di essere Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco”. Devo essere talmente rigida che i ragazzi mi urlano: “ma come cammini?”

Li raggiungo. Sono solo tre. Sono sempre più rigida.

Li informo che oggi si corre tutti insieme fuori, lentamente, per 40 minuti. Con qualche commento usciamo . Ad aspettarci il campetto di calcio di 300 metri infangato e una pioggerellina fine che ha deciso di tenerci compagnia.
Primi due giri. 600 metri. Tutti insieme. Il solito pallone da prendere a calci.

Quinto giro. 1500 metri. Iniziano le urla dei detenuti. Prima ci hanno osservato. In silenzio. Poi hanno iniziato, in un loro codice di linguaggio, a relazionarsi con i miei tre corridori.

Sesto giro. 1800 metri. Il ragazzo rumeno si ferma. Dice che non riesce a respirare bene. Proseguo con gli altri due tra i commenti che vi lascio immaginare piovono velocemente e con lo stesso effetto della pioggia. Devono scivolare via.
Nono giro. 2700 metri. Un gruppo di detenuti ha deciso di trascorrere l’ora d’ aria osservandoci.

Nonostante continui a girare intorno al campo sento ed osservo tutto. I ragazzini che ci hanno raggiunto sono un mix di nazionalità. Riconosco due ragazzi che avevano scelto di allenarsi per i 10 km, ma poi hanno mollato perché troppo faticoso.

Li osservo anche io e per la prima volta comprendo che cosa potrebbe voler dire trovarsi di fronte a un “branco” di ragazzi. Anche il ragazzo marocchino si ferma. Non è stanco. Deve solo fraternizzare con il branco e fumare.
Undicesimo giro. 3300 metri. A correre siamo solo in due. Io ed un italiano. Mi dice che gli fanno male le braccia. Sento che è indeciso. Non sa se continuare da solo o se fermarsi con gli altri.

Dodicesimo giro. 3600 metri. Il ragazzo marocchino decide di raggiungerci con una sigaretta accesa. La passa all’italiano che non si era ancora fermato. Chiedo per cortesia di non fumare.

Richiesta inutile.

Quindicesimo giro. 4500 metri. Il ragazzo italiano abbandona. Non è stanco. Ma raggiunge il branco. Con il ragazzo marocchino continuiamo. Siamo rimasti in due. Il ragazzo marocchino ha una buona andatura. Per lui questo lavoro è una passeggiata. Ma il branco continua a distrarlo. I commenti si susseguono rimbalzando dal campo alle celle.
Diciottesimo giro. 5400 metri. Anche il ragazzo marocchino preferisce il branco.

Mi fermo. Ed ora? Come faccio a far muovere dei “muli” che preferiscono la biada alla fatica?
Il branco ha vinto. Ma non posso e non voglio lasciare che i miei ragazzi vengano inghiottiti dal nulla. Decido di parlare. Chiamo intorno a me i tre ragazzi e mi sposto in mezzo al campo, lontano dagli altri.

Con un tono fermo e fiero li guardo come una madre guarda i propri figli: “ ragazzi io sono qui perché credo in voi. Credo che voi possiate vincere questa vostra battaglia. Voi non siete stanchi.

Vi ho visto sudare sui tapis e conosco i vostri limiti. Concentratevi sul vostro obiettivo. Voi ne avete uno. I vostri amici ( e rivolgo il mio sguardo al resto del branco) per il momento non ce l’ha. E’ facile arrendersi e preferire il nulla. Io credo che voi possiate fare ed avere di più dalla vostra vita. Basta volerlo. Basta che voi lo vogliate.

Io sono qui per voi. Per offrirvi un’opportunità. Siete liberi di scegliere, ma una volta effettuata la scelta dovete rispettare le regole. Prima di tutte non permettetevi mai più di fumarmi in faccia quando corriamo. Io rispetto voi. Voi rispettate me. Prima regola. Le altre le vedremo la prossima volta se deciderete di continuare a correre”.

Non ricordo se li ho salutati. Ma con fierezza ho attraversato il campo e sono uscita dal carcere senza neanche cambiarmi. Per me è stata una giornata molto faticosa. Non so quali risultati potrà generare sui ragazzi il mio comportamento e le mie parole.

Spero che il mio sia stato per loro un esempio positivo e costruttivo. Da parte mia ho la serenità di aver parlato a loro non solo con la mente ,ma anche e soprattutto con il cuore. E credo che loro lo abbiano percepito.

Silvana de Giovanni

Direttore Fondazione Laureus Italia Onlus

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